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Paolo Messina
C'è un aspetto surreale, nella discussione sui selvaggi.
E' come se i selvaggi vivessero su un altro pianeta.
Come se per qualche motivo parlassero una lingua incomprensibile, o se non parlassero affatto.
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E' per questo motivo che nel tempo si è andata delineando una professione molto remunerativa: quella dell'interprete dei selvaggi.
Secondo alcuni "They come in peace".
Vogliono solo vivere in pace.
Si tratta solo di dargli quello che hanno tutti gli altri: uno stato, un territorio, una bandiera e una nazionale di calcio.
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Secondo questa teoria i selvaggi sono fondamentalmente "come noi". La grande maggioranza degli interpreti dei selvaggi è infatti sinceramente convinta che i selvaggi amino la vita. Qualcuno si spinge fino a sostenere che potrebbero addirittura tollerare culture o identità religiose diverse dalla loro.
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Nessuno, che io sappia, dice apertamente che hanno una cultura "democratica", ma esiste un certo ottimismo sul fatto che, una volta che siano stati premiati per le loro uccisioni, si calmeranno e smetteranno di progettarne altre.
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Quelli che dicono "due popoli due stati", per esempio, traducono da una lingua sconosciuta. I selvaggi dicono "allah akhbar", e loro interpretano come "vogliono due popoli e due stati". Ma potrebbero anche tradurre "we come in peace" o "nel reparto salumeria la mortadella è in offerta".
Perché i selvaggi non hanno mai, mai, mai, detto che sono per due popoli due stati.
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Ma questo è solo un aspetto del dibattito surreale.
Qualcuno mette in bocca ai selvaggi delle cose che non hanno mai detto.
Poi ce n'è un altro attrettanto sorprendente: i selvaggi dicono qualcosa e tutti fanno finta di non sentire.
Questo è particolarmente clamoroso quando si parla del 7 ottobre e della guerra attuale.
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I selvaggi sono fondamentalmente soddisfatti dell'andamento della guerra.
In primo luogo sono soddisfatti di aver compiuto il massacro di ebrei più grande dopo la Shoah.
Questo successo, nella loro visione, è destinato ad essere tramandato nei secoli e a rappresentare un motivo di orgoglio per le future generazioni di selvaggi.
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Ma non solo. Una componente importante della loro valutazione entusiasta del 7 ottobre riguarda l'umiliazione che è stata inflitta al nemico. Prima del 7 ottobre il nemico appariva invincibile.
I massacri di civili, senza che per molte ore vi fosse una reazione significativa dell'esercito israeliano, ha dimostrato invece che il nemico è vulnerabile. Addirittura ha fatto maturare la convinzione che il nemico possa essere sconfitto.
Si tratta solo compiere stragi su una scala appropriata e di essere disposti a pagare una rappresaglia altrettanto severa. Ma alla fine il nemico dovrà capitolare.
Questo pensano.
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E soprattutto sono orgogliosi dell'inganno che sono riusciti a compiere.
Il nemico non li credeva capaci di quelle efferatezze, pensava che con i selvaggi ci potesse essere un qualche accordo, una qualche "normalizzazione".
Questa illusione ha permesso il 7 ottobre.
Il 7 ottobre è servito ai selvaggi per affermare che mai, a nessun prezzo, contro nessuna ipotesi di sviluppo economico e civile, rinunceranno al progetto di sterminare il nemico.
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Ci sono alcuni aggettivi che i selvaggi usano più di altri.
Uno è "sumud". La flottilla si chiama "sumud".
E sumud vuol dire costanza, resilienza, perseveranza.
Nei loro comunicati i selvaggi elogiano sempre la "steadfastness" dei gazawi.
Ovvero la loro lealtà e determinazione.
Il loro compito storico è subire la sofferenza della guerra con pazienza e determinazione. Farsi filmare mentre soffrono la fame, la sete, la distruzione. Rendersi strumento della propaganda jihadista, ma senza lamentarsi, e senza arretrare.
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Ora, anche se sono selvaggi, io non credo che per trattare con loro ci si debba affidare a Cecilia Sala o a Indiana Jones. Anche perché fondamentalmente non ci capiscono un cazzo, o se fanno finta è per fare un film o essere eletti in parlamento.
Io penso che