La vera questione dietro il paragone tra la lotta partigiana e la resistenza ucraina all'invasione russa ha molto poco a che fare con l'Ucraina e, ancora una volta, tutto a che fare con le nostre beghe interne.
Sostenere l'identità tra i due fenomeni, in sostanza, è un modo di segnalare la propria appartenenza al campo secondo cui in Ucraina l'attuale impegno dell'Europa deve essere appoggiato al 100 per cento: se la resistenza in Italia è stata un fenomeno morale e degno, allora ne consegue che altrettanto vale per l'Ucraina.
Chi fa distinguo, invece, sostiene la necessità di guardare nei particolari questo impegno e, se necessario, rimodularlo, anche nelle sue componenti fondamentali: se la resistenza al fascismo e la difesa dell'Ucraina sono fenomeni differenti, allora al secondo dobbiamo, come minimo, guardare con occhio critico e disincantato.
In questo contesto, il paragone è un "dispositivo politico" o, se volete, un "artificio retorico". Non serve a far progredire la comprensione, ma a mobilitare un sentimento, pro o contro.
Ma questo paragone potrebbe avere qualche utilità non retorica, potrebbe servire a capire di più quello che sta accadendo qui in Ucraina, senza che questo sia necessariamente filtrato per la guerra interna alle redazioni e ai partiti italiani?
Io penso di sì e penso anzi che comprendere a fondo questo paragone sia uno degli elementi necessari per capire perché il sostegno, o il mancato sostegno, all'Ucraina in Europa si articola nel modo che vediamo da quattro anni.
L'elemento principale che è subito evidente confrontando la resistenza italiana (o francese, jugoslava...) e quella dell'Ucraina è che, pur essendo entrambe la reazione a un'aggressione militare, nel primo caso abbiamo un'insurrezione armata popolare contro un regime di occupazione; nel secondo, la difesa di uno Stato centralizzato da parte di un esercito regolare.
Il secondo, che discende in parte dal primo ma non unicamente, è che una parte significativa della resistenza italiana (o francese, jugoslava...) aveva non solo l'obiettivo di espellere l'invasore, ma anche quello di rivoluzionare la società e cambiare radicalmente lo stato preesistente alla guerra. In Ucraina, la lotta è invece per mantenere lo Stato com'è attualmente o comunque lungo la traiettoria che aveva prima dell'invasione (anche se moltissimi di coloro che combattono in Ucraina vorrebbero vedere un Paese diverso uscire dalla guerra, il conflitto non si combatte esplicitamente per fare la rivoluzione, nemmeno nel senso limitato di una rivoluzione morale come quella auspicata dal Partito d'Azione).
Queste due osservazioni sono parte della spiegazione del perché tra gli osservatori che per orientamento politico guardano con occhio critico agli attuali governi e assetti di potere troviamo molti più "scettici" nei confronti della causa ucraina; mentre, tendenzialmente, tra chi teme più i rivoluzionari degli attuali governi, tendiamo a vedere un maggiore sostegno.
Ma allo stesso tempo, a noi che per mestiere raccontiamo l'Ucraina, chiarire in questi termini la questione ci aiuta anche a vedere una parziale soluzione all'impasse.
Ci suggerisce, ad esempio, di ricordare ai nostri lettori che l'Ucraina è ben lontana dall'essere una società compattamente militarizzata dietro agli oligarchi e ai caporioni fascisti; che la maggior parte di chi combatte, anche se lo fa indossando una divisa dell'esercito regolare, lo fa se non proprio in nome della rivoluzione, almeno nella speranza di vivere in un'Ucraina migliore e più equa per tutti i suoi abitanti. Significa l'opposto di quello che spesso si tende a fare, pur se animati dalle migliori intenzioni, ossia presentare un paese compatto, senza crepe, una specie di Sparta slava, focalizzata verso l'unico scopo di vincere o morire.
E ci ricorda anche perché è sbagliato aspettarci certi tipi di solidarietà dal basso nei confronti dell'Ucraina. Il fatto che gli ucraini abbiano ancora un loro Stato nazionale, con un esercito potente, sostenuto da una coalizione formata dai più ricchi paesi del mondo, non può essere semplicemente cancellato: se non sono partite "flottiglie" per Odesa, è anche perché a Odesa, grazie al cielo, nessuno fa la fame. Rimarcare questa assenza significa solo gettare sale sulla ferita delle divisioni esistenti (detto ciò, anche la solidarietà all'Ucraina dal basso è molto più diffusa in Italia, e tra i progressisti italiani, di quanto certi titoli di giornale farebbero pensare).
È invece più utile ricordare come, per quanto l'Ucraina sia nel campo dei Paesi ricchi, in questa lista occupa uno degli ultimi posti. Il suo governo sarà anche giocoforza nel campo "imperiale", ma di certo l'Ucraina non ne sta ricavando grandi vantaggi. Basterebbe ricordare che per Israele gli Stati Uniti hanno scatenato una guerra che minaccia di mettere in crisi l'economia mondiale, mentre l'Ucraina deve accontentarsi delle briciole (briciole comunque cospicue rispetto agli zero aiuti forniti ad altre "resistenze") e finire comunque sgridata.
Sì, in Ucraina non si combatte una guerra utopica, forse persino velleitaria, come la guerra partigiana in Italia. Ma non è nemmeno, semplicemente, una di quelle guerre imperiali che le destre «vogliono farci combattere». C'è un punto di contatto tra le due resistenze ed è il più semplice ed essenziale di tutti: entrambe hanno, alla radice, una simile legittimità e, fatte salve tutte le differenti idee che possiamo avere su come la più recente delle due resistenze debba concludersi, la solidarietà e simpatia, umane e intellettuali, che ci domandano sono, essenzialmente, le stesse. Quella che si deve al debole quando lotta con il più forte.