C’è un dato diffuso in questi giorni che racconta bene una parte delle difficoltà dei giovani italiani nel mercato del lavoro: nel 2025 hanno lasciato la casa dei genitori, in media, a 30,2 anni. La media europea è 26,3. Peggio dell’Italia fanno soltanto Croazia, Grecia e Slovacchia; la Spagna è sullo stesso livello.
Preso da solo, il dato potrebbe essere letto come un fatto culturale, familiare o legato al mercato della casa. Ma Eurostat lo mette accanto a un altro indicatore che cambia parecchio la lettura: il tasso di occupazione dei 20-29enni.
Nel 2025 nell’Unione europea lavora il 65,5% dei giovani di questa fascia di età. In Italia siamo intorno al 48%, che corrisponde al valore più basso dell’UE. Per capirci, nei Paesi Bassi il tasso arriva all’84%, in Germania al 77%.
La relazione non dimostra, naturalmente, un nesso causale automatico. Ma la geografia europea è abbastanza netta e emerge come nei Paesi nei quali i giovani lavorano di più, tendono anche a lasciare prima la famiglia di origine; dove l’occupazione giovanile è più debole, l’uscita avviene più tardi.
Questo aiuta anche a leggere diversamente la discussione sull’autonomia dei giovani italiani e quando si costruiscono le sue condizioni economiche.
Diversi studi della Banca d’Italia e dell’Istat mostrano che il ritardo nell’uscita dalla famiglia di origine dipende dall’intreccio tra condizioni del mercato del lavoro e accesso alla casa. Contano l’ingresso tardivo nell’occupazione, la discontinuità lavorativa, i redditi insufficienti e il costo dell’abitazione. La famiglia finisce così per svolgere una funzione di protezione economica molto forte, assorbendo una parte del rischio che altrove viene sostenuto maggiormente dal mercato del lavoro e dal welfare.
Questo non significa che cultura e modelli familiari non contino ma ridurre tutto all'Italietta significa ignorare una parte importante del problema.