Egregio Presidente Buttafuoco,
Le scrivo perché le Sue recenti dichiarazioni sulla Biennale come "giardino di pace" e spazio di "libertà assoluta" meritano un’analisi che vada oltre la vuota suggestione letteraria, della quale lei è senza dubbio un maestro, per essere semmai confrontate con l’imbarazzante situazione nella quale ha fatto sprofondare la prestigiosa istituzione che presiede.
Ci tengo a chiarire che la critica alla riapertura o alla gestione di certi spazi non vuole essere un esercizio di generica censura verso un Paese in guerra. È, al contrario, la denuncia dell’ennesima operazione di influenza culturale da parte di una potenza revisionista ed imperialista che usa proprio l’arte come paravento per colpire valori e principi che sono fuori della portata dei missili e dell’artiglieria. La generica libertà dell’arte non può diventare lo scudo dietro cui si nasconde chi l’arte la piega, la umilia e la trasforma in propaganda di regime.
Il passaggio nel quale afferma poeticamente "Noi non abbracciamo le armi", suona quasi paradossale , visto quanto si è speso per la riapertura di un padiglione guidato dalla figlia di Nikolai Volobuyev, vice presidente di Rostec, il più grande conglomerato dell’industria bellica russa, peraltro socia della figlia del Ministro degli Esteri di Mosca Lavorv, rispettivamente esecutore e mandante del tentativo di sterminio del popolo ucraino.
Il Suo "giardino di pace" purtroppo non potrà mai essere ammirato dalla scrittrice Victoria Amelina, morta nel luglio 2023 a Kramatorsk a seguito di un attacco con missili Iskander, i cui sistemi di guida sono prodotti proprio da Rostec e nemmeno dal ballerino dell'Opera Nazionale Oleksandr Shapoval o dal poeta Yuriy Ruf, uccisi al fronte da armamenti pesanti, ugualmente realizzati da Rostec, così come nessun altro degli altri 350 artisti assassinati dal regime cui lei ha spalancato i cancelli di uno dei più importanti eventi artistici del mondo, nonostante quello stesso regime si sia reso responsabile anche della distruzione di oltre 1.100 luoghi d’arte e di cultura, tra teatri, musei, biblioteche, chiese e monumenti.
Allo stesso modo difficilmente avrà il piacere di incontrare la regista Evgenija Berkovič e la drammaturga Svetlana Petrijčuk entrambe arrestate e processate in Russia per un semplice spettacolo teatrale o gli altri centinaia di attori, cantanti o poeti censurati, arrestati o esiliati, per aver scelto di esercitare proprio quella libertà della quale Lei si erge a paladino, mentre offre legittimazione a chi la nega ad altri.
La pace non è un concetto astratto da evocare per difendere scelte indifendibili, ma un processo che richiede disponibilità ai colloqui, aperture ad un cessate il fuoco o almeno il riconoscimento del diritto dell’altro a preservare i propri confini, le proprie libertà e la propria sovranità. Senza questi presupposti, il Suo "pacifismo" diventa solo una zona franca dove si normalizza la cultura della sopraffazione e le società aperte si consegnano a chi vuole distruggerle.
La Sua pomposa retorica in questo senso non può essere letta come un legittimo esercizio di tutela dell’autonomia della Biennale, ma come un indecente tentativo di camuffare con eleganti artifici dialettici quello che è a tutti gli effetti un osceno e deliberato atto di complicità. Con il risultato che oggi Lei sta vergognosamente tradendo la sua missione, che è quella di servire un’istituzione che appartiene a noi tutti, non certo di servirsene per rincorrere la Sua distopica visione del mondo.
Presidente, l’audacia che Lei chiede agli artisti, manipolando peraltro volgarmente le sagge parole del nostro Presidente della Repubblica, dovrebbe appartenere innanzitutto a chi guida le istituzioni: l'audacia di distinguere tra un dialogo culturale e un'operazione di propaganda travestita da estetica. L’audacia di difendere la sua indipendenza, non già da chi la richiama al rispetto dei valori di libertà, giustizia, autodeterminazione, ma semmai da chi questi principi ha provato a seppellirli nelle fosse comuni a Bucha o sotto le macerie del Teatro di Mariupol.
Se proprio vuole che la Sua firma appaia su un documento che il mondo libero possa veramente apprezzare, la apponga su una lettera di scuse verso gli artisti uccisi, arrestati, silenziati o esiliati che, con la sua compiacenza verso il regime russo, ha maldestramente offeso, e magari anche di dimissioni da un’istituzione che non può veder sprofondare 130 anni di storia nella densa melma del collaborazionismo.