Ennesima sveglia presto, ma non all’alba. Alle 4 del mattino eravamo stati buttati giù dal letto da un allarme aereo per un missile balistico in arrivo sulla capitale, seguito da una forte esplosione, la prima che sento qui a Kyiv. Poco dopo le 7 ne scatta un altro e il canale Telegram spiega che il missile lanciato da est cambia direzione di continuo, per cui sono allertati anche diversi distretti qui intorno. Un segnale acustico in rapida successione invita a non sottovalutare l’allerta ed invita ad andare in un rifugio o a frapporre due pareti tra te e il possibile punto di impatto.
Quando l’allarme rientra, parto per la destinazione che avevo scelto per oggi. Per quanto possa sembrare assurdo, si tratta di un’area giochi all’interno di un parco. Ovviamente non è un angolo scelto a caso e non si tratta di un parco qualsiasi.
Questo elegante spazio verde, molto curato e nel pieno centro della città, è intitolato a Taras Ševčenko, poeta e scrittore, considerato colui che forse più di tutti ha contribuito a codificare la lingua ucraina, contribuendo così in modo determinante alla costruzione dell’identità nazionale di questo paese. Per la Russia, Ševčenko è dunque un simbolo dell’emancipazione di un popolo che a Mosca hanno sempre considerato indegno di una propria dimensione culturale e territoriale, potendo ambire ad essere nulla più che una provincia dello sterminato impero russo.
Anche per questo nell’ottobre del 2022 un bombardamento ho colpito il parco, distruggendo solo un’altalena, ma raggiungendo lo scopo di sfregiare un luogo che porta il nome di colui che ha illuso gli ucraini di poter ambire ad essere liberi dal giogo di Mosca. Un episodio che si è ripetuto in tutto il paese. Sempre a Kyiv ha subito pesanti bombardamenti l’Università Taras Ševčenko, così come il teatro Taras Ševčenko di Chernihiv. A Odessa sono stati colpiti i locali che ospitavano una mostra dedicata al poeta ucraino.
Persino nella piccolissima città di Borodyanka, nei sobborghi di Kyiv, dove sono stati giorni fa, i russi si sono preoccupati di sparare due colpi alla testa della statua di Ševčenko, posta al centro dell’unica grande piazza.
Chi definisce quella russa una reazione all’espansionismo della NATO o avvalora qualunque altro dei pretesti utilizzati da Putin per avviare la sua criminale operazione speciale, non a caso, lo fa di solito da dietro una scrivania. Perché da qui la prospettiva è diversa e non serve essere di parte per trovare le prove del fatto che il vero obiettivo di Mosca è il genocidio culturale di questo popolo, la cancellazione di lingua, cultura e identità ucraini, la russificazione dei bambini rapiti o rieducati nelle zone occupate a cantare l’inno russo o a studiare testi russi, la sistematica espropriazione di case e negozi da consegnare a prezzi stracciati ai nuovi coloni russi, la sostituzione etnica in interi pezzi dell’Ucraina. Una riedizione di metodi in voga 80 anni fa, in nome della folle chimera della restaurazione dell’URSS o dell’impero di Caterina la Grande.
Chi mette piede in Ucraina come noi abbiamo scelto di fare, accetta anche di fare i conti con orrori che qualcuno aveva finora pensato appartenere solo al passato, ma che qui sono un pericolo quanto mai attuale e reale, che ha il volto di un dittatore violento, l’odore di case che bruciano e il rumore di una sirena anti-aerea.
Al posto dell’altalena, nel parco, ora c’è una nuovissima e colorata area giochi per i bambini che qui cercano una parentesi di spensieratezza e normalità. Del bombardamento non c’è più alcuna traccia. Il terrore, alla fine, si combatte innanzitutto così. Mostrando come può rinascere un luogo in cui qualcuno avrebbe voluto far prevalere la cultura della morte e della distruzione.