C’È UNA STORIA CHE SALVINI, SILVIA SARDONE, MELONI E VANNACCI NON VI RACCONTERANNO MAI.
È la storia di Bilel, Jawhar e Saad, tre ragazzi tunisini che qualche giorno fa, a Pachino, in provincia di Siracusa, in Sicilia, hanno visto un incendio e non sono rimasti a guardare.
Non hanno chiesto chi fossero le persone in pericolo, quale fosse la loro nazionalità o se avessero i documenti in regola. Sono entrati tra le fiamme per salvare tre persone, due delle quali allettate. Tre vite che, senza il loro coraggio, avrebbero rischiato di finire tragicamente.
Ma il loro coraggio non si è fermato lì. Dopo aver messo in salvo le tre persone, sono rientrati nell’abitazione, rischiando ulteriormente la propria vita, per portare all’esterno una bombola del gas ed evitare così una possibile esplosione.
Avrebbero potuto voltarsi dall’altra parte. Avrebbero potuto pensare soltanto a mettersi in salvo. Nessuno avrebbe potuto rimproverarli per aver avuto paura. Eppure hanno scelto di rischiare la propria vita per salvare quella di altri esseri umani.
Quando Bilel ha raccontato quello che era successo, ha pronunciato parole che valgono più di mille discorsi politici: «Non potevamo fare diversamente, altrimenti non avremmo più potuto dormire pensando a delle persone morte carbonizzate».
Fermatevi un momento a riflettere su queste parole. Non potevamo fare diversamente. È la coscienza di un uomo, è l’umanità che viene prima di tutto, è quella solidarietà che non ha bisogno di passaporti per esistere.
Ma questa storia ha anche un finale che dovrebbe farci vergognare.
Jawhar sapeva già di essere irregolare sul territorio italiano. Aveva ricevuto un decreto di espulsione. Eppure, davanti a quelle persone intrappolate nell’incendio, non ha pensato alla sua condizione amministrativa, alle conseguenze o al rischio di essere arrestato. Ha pensato a salvare delle vite.
E sapete cosa è successo dopo?
Dopo aver contribuito a salvare quelle persone, Jawhar è finito nel Centro di permanenza per i rimpatri di Trapani.
Sì, avete letto bene. Un ragazzo che ha rischiato la propria vita per salvare quella degli altri si è ritrovato rinchiuso in un centro per il rimpatrio.
Allora, quando Salvini dice «Mandateli a casa loro», quando Silvia Sardone alimenta la narrazione dello straniero come una minaccia, quando Giorgia Meloni parla di rimpatri e Vannacci divide le persone in categorie, provate a ricordarvi di Jawhar, Bilel e Saad.
Ricordatevi di questi tre ragazzi tunisini. Ricordatevi che dietro la parola straniero ci sono persone capaci di coraggio, generosità e solidarietà. Persone che, nel momento più difficile, possono fare ciò che tanti altri non avrebbero avuto il coraggio di fare.
La domanda, allora, è semplice: che cosa insegniamo alla società quando un uomo rischia la vita per salvarne altre e poi viene rinchiuso in un CPR?
Non si tratta di negare l’esistenza delle leggi. Si tratta di chiederci se siamo ancora capaci di guardare un essere umano oltre la sua condizione amministrativa. Se siamo ancora capaci di riconoscere il valore di un gesto senza lasciare che il pregiudizio cancelli tutto il resto.
Io non smetterò mai di dirvelo: siate umani. Cambiate il vostro sguardo sullo straniero.
Perché ogni ragazzo che considerate un probabile delinquente è prima di tutto una persona. Ha una storia, dei sogni, delle paure e qualcosa da raccontare.
E qualche volta, mentre voi lo giudicate senza conoscerlo, quel ragazzo potrebbe essere proprio la persona che un giorno rischierà la propria vita per salvare la vostra.
E quel giorno, spero, non vi chiederete da dove viene. Vi ricorderete soltanto che vi ha salvato la vita.