"Doppio standard. Se si dice che Israele non dovrebbe esistere come Stato ebraico, si grida all’antisemitismo. Se si dice che i palestinesi non hanno diritto a uno Stato proprio, si parla di «sicurezza», di «complicazioni demografiche», di «assenza di partner»."
Il «diritto all’esistenza» di Israele non è un principio giuridico. È uno slogan. Serve a trasformare ogni critica all’occupazione, ai coloni, ai bombardamenti e alla discriminazione legale in un attacco all’esistenza stessa di uno Stato. Nessun altro Paese al mondo gode di questo privilegio linguistico.
La Palestina, invece, può essere negata senza scandalo. Si può dire che non è mai esistita come Stato, che i palestinesi sono un’invenzione recente, che la Cisgiordania è «Giudea e Samaria», che Gaza è un problema umanitario e non politico. Si può dire tutto questo sui giornali, in Parlamento, nelle università. Chi lo dice non viene trattato come un estremista. Viene trattato come un realista.
Perché? Perché Israele è già uno Stato con esercito, frontiere de facto, riconoscimento internazionale e un alleato che lo finanzia e lo arma. La Palestina è un popolo sotto controllo militare, con un’Autorità senza sovranità, con un territorio spezzettato, con i rifugiati ancora fuori. Il diritto all’autodeterminazione esiste sulla carta delle Nazioni Unite. Sulla terra non esiste.
Quello che per una parte è indipendenza, per l’altra è catastrofe. Da allora una delle due parti ha costruito uno Stato; l’altra ha ricevuto occupazione, amministrazione civile-militare, colonie e checkpoint.
Dopo il 1967 il quadro è ancora più chiaro. I territori presi in guerra non sono stati annessi formalmente tutti, ma sono stati colonizzati. Le risoluzioni che chiedono il ritiro restano lettera morta. Gli insediamenti crescono. Le strade sono separate. La legge non è la stessa per chi ha la cittadinanza giusta e per chi no. Si può chiamarlo come si vuole. Il risultato è che un popolo governa e l’altro viene governato.
A questo punto interviene il doppio standard. Se si dice che Israele non dovrebbe esistere come Stato ebraico, si grida all’antisemitismo. Se si dice che i palestinesi non hanno diritto a uno Stato proprio, si parla di «sicurezza», di «complicazioni demografiche», di «assenza di partner». La prima frase è tabù. La seconda è politica estera.
Nessuno pretenderà mai che la Francia dimostri ogni giorno il proprio diritto a esistere. Nessuno chiederà alla Polonia di giustificare le frontiere uscite dalla guerra. Con Israele sì, ma solo quando fa comodo: il «diritto all’esistenza» viene invocato non per difendere i cittadini israeliani da un’aggressione esistenziale, ma per coprire il controllo permanente su un altro popolo.
La memoria della Shoah viene usata come scudo. Chi la usa così non sta proteggendo i sopravvissuti. Sta proteggendo una politica. Trasforma una tragedia universale in un lasciapassare nazionale. È un’operazione cinica. Funziona perché in Occidente il senso di colpa e l’interesse strategico coincidono.
I palestinesi non hanno un’industria della memoria altrettanto potente. Non hanno lobby comparabili. Non hanno l’atomica. Non hanno il diritto di veto di un membro permanente. Hanno numeri, terre confiscate, file di profughi e una rivendicazione che il diritto internazionale riconosce e la pratica quotidiana ignora.
Per questo si può negare la Palestina e non Israele. Non perché una abbia più titolo morale dell’altra. Perché una ha già vinto sul campo e ha i mezzi per far passare la propria vittoria come diritto naturale, mentre l’altra resta un caso irrisolto che si può rinviare, spezzettare, umanitarizzare e alla fine far sparire dal vocabolario politico.
Uno Stato esiste quando ha il monopolio della forza su un territorio e il riconoscimento sufficiente a sopravvivere. Israele ce l’ha. La Palestina no. Tutto il resto — le formule, i «processi di pace», le «soluzioni a due Stati» ripetute mentre si costruisce il contrario — è teatro. Il teatro serve a coprire un fatto semplice: si può cancellare un popolo dalla carta geografica finché quel popolo non ha la forza di impedirlo.