So It Is (If You Think So). A citizen of the World who think that who you are has nothing to do with color, race, nationality or religion.

🇪🇺 London
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Alla segretaria @ellyesse Elly Schlein e a chi gestisce l'account del @pdnetwork. Vi do una notizia: siamo nel 2026. La politica oggi passa dai social. Una notizia nasce e gira lì, poi arriva in televisione e si gonfia. I giornali li sfogliamo per i titoli. Nei circoli entrano sempre le stesse facce. Voi sui social ci passate di rado. Andate al mercato una volta al mese, stringete qualche mano, e lo sanno solo quelli che c'erano. Le ospitate in tv fanno la stessa fine: dite cose giuste e il giorno dopo quel pezzo non lo ritrovo da nessuna parte. In tv poi giocate in trasferta. La Rai l'ha colonizzata la destra, Mediaset sta da quella parte da sempre. Sui social almeno il microfono lo tenete voi. Il mercato va bene. Filmatelo e mettetelo in rete insieme a ogni ospitata: mezz'ora tra i banchi può durare una settimana. Chi vi vota oggi guarda il tg. Chi può votarvi domani ha vent'anni e vive sul telefono. Sono gli stessi che a marzo hanno fatto vincere il No al referendum sulla giustizia. Quella partita si è giocata sui telefoni, tra storie su Instagram e video su TikTok passati da un amico all'altro. Li avete ringraziati. Il loro però era un voto contro il governo; quello per voi va guadagnato, ragazzo per ragazzo. Andate a cercarli sui social dove stanno ogni giorno, anche lontano dalle urne. Rispondete ai commenti e metteteci la faccia. Toglietevi un po' di quella puzza sotto il naso e sporcatevi le mani. La gente vi ascolterà, vi seguirà, magari vi voterà pure. Per ora il PD esiste solo nei tg degli altri, e quasi sempre per una polemica con Conte. @Deputatipd @SenatoriPD
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If you’re struggling to put food on the table or buy gas for your car, remember, these insanely affluent assholes have increased their collective wealth by $1.5 trillion dollars under Trump’s “presidency.”
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Israel’s PM Benjamin Netanyahu said Zohran Mamdani is making Jews in New York City feel “unsafe.” Here I am, a Jew in New York City, standing a few feet away from a massive anti-Netanyahu protest, and I feel completely safe. Benjamin Netanyahu is a liar. And a war criminal.
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L'Italia è quel paese in cui il presidente del consiglio va alla Milano Fashion Week e un ragazzo di 25 anni che gioca a Tennis parla all'assemblea ONU del futuro dei bambini. Jannik Sinner si schiera dalla parte dei bambini. Il campione azzurro del tennis, numero uno al mondo, ha inviato un videomessaggio all'Onu per l'evento “Multiply Possibility” promosso al Palazzo di Vetro, annunciando il sostegno della propria fondazione alla Global Partnership for Education (Gpe): "Voglio ringraziare l’Italia e la Nigeria per avere organizzato questo evento. Due Paesi in due continenti, uniti dalla convinzione condivisa che ogni bambino meriti la possibilità di crescere, imparare e costruire un futuro radioso. Quando le nazioni si uniscono con tale impegno, lanciano un messaggio potente al mondo. È così che avviene il vero cambiamento". E aveva prima parlato di sé: "Crescendo in una piccolissima città del nord Italia sono stato molto fortunato. Ho avuto insegnanti incredibili, una famiglia che mi ha sostenuto e la possibilità di inseguire i miei sogni ma a milioni di bambini in tutto il mondo non è data la stessa opportunità. Più di 270 milioni di bambini non hanno ancora accesso a un’aula, a un insegnante, a una scuola sicura o a un ambiente che favorisca il loro apprendimento e la loro crescita. E non è perché a questi bambini manchino talento o determinazione. È perché sono state loro negate le opportunità che meritano".
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Ricordi la foto scattata il giorno in cui hai aperto un conto online? Il documento in mano, la faccia davanti alla fotocamera, la luce gialla della cucina. Serviva a dimostrare che eri proprio tu. Adesso immagina quella foto nella cartella di un criminale, insieme al tuo indirizzo di casa, al tuo numero di telefono, ai movimenti del tuo conto. A settembre centinaia di persone hanno scoperto che i loro dati erano finiti nelle mani di estranei. Ai ladri è bastato chiedere. Revolut, una banca digitale con circa ottanta milioni di clienti, ha ricevuto richieste di informazioni da un indirizzo email autentico di un ente pubblico. Chi scriveva si spacciava per un'autorità. La banca ha risposto e ha consegnato dati personali: documenti d'identità, contatti, estratti conto. Tra le informazioni potenzialmente coinvolte ci sono anche i selfie di verifica. Lo ha ammesso lei stessa il 12 settembre, precisando che i suoi sistemi e i fondi dei clienti sono rimasti intatti. Secondo il Financial Times le persone contattate, individuate con la prima indagine interna, sono 680. In Gran Bretagna il Garante della privacy ha aperto un'indagine. Da dove partivano quelle mail? I presunti autori hanno diffuso immagini di una casella di posta certificata italiana e sostengono di aver usato per sei mesi sistemi delle nostre forze dell'ordine. Sono affermazioni loro. Finora nessuna istituzione italiana le ha confermate pubblicamente, e chi chiede un riscatto ha tutto l'interesse a gonfiare la storia. Parto dalla banca, perché lì i fatti sono ammessi. Le banche europee vivono dentro un recinto di regole fitto come pochi. C'è un regolamento europeo, DORA, scritto per la sicurezza digitale del mondo finanziario. Chiede tra l'altro che ognuno acceda soltanto a ciò che serve al suo lavoro e che i compiti delicati siano divisi tra persone diverse. Ci sono i controlli interni, c'è chi verifica che le regole siano rispettate, ci sono le autorità di vigilanza. Immagina un caveau che si apre soltanto con due chiavi, affidate a due persone diverse. Da solo, nessuno dei due può svuotarlo. Con i dati dovrebbe valere lo stesso principio: chi prepara il fascicolo di un cliente resta distinto da chi verifica la richiesta e autorizza la consegna. Due chiavi però servono a poco se entrambi i custodi si fidano della stessa lettera. La domanda decisiva allora diventa un'altra: qualcuno ha controllato che dall'altra parte ci fosse davvero un'autorità? Un controllo possibile era contattare l'ufficio richiedente a un recapito verificato, trovato lontano da quella mail. L'indirizzo autentico ha dato credibilità a una richiesta falsa. Quali altre verifiche siano state fatte, la banca deve ancora dirlo. Chi ha gestito quelle richieste, e con quali permessi? Se una sola persona poteva leggerle, aprire documenti e movimenti dei clienti e spedirli fuori, le due chiavi stavano nella stessa tasca. Se erano più persone, bisogna capire cosa abbia controllato ciascuna. Una cosa è certa: le regole c'erano, e i controlli hanno lasciato uscire i dati di centinaia di clienti. Se la pista italiana fosse confermata, la domanda più inquietante riguarderebbe lo Stato: come era protetta la casella dell'ufficio pubblico coinvolto? La casella di posta di un ufficio di polizia è una chiave dello Stato. Con quella chiave si può chiedere a una banca, a una compagnia telefonica, a un social chi sei, dove dormi, con chi parli, quanto hai sul conto. Chi la possiede, per il mondo, parla a nome dello Stato. Anche lì le regole esistono. Abbiamo un'Agenzia per la cybersicurezza nazionale, abbiamo linee guida. I sistemi possono registrare chi entra in una casella, da dove, a che ora, cosa spedisce. Gli addetti chiamano questi registri log. Letti con attenzione e incrociati con altre informazioni, possono segnalare un accesso da un luogo insolito o una raffica di richieste fuori misura. Un codice di conferma sul telefono complica parecchio la vita a chi ha rubato una password. Secondo i presunti autori, l'accesso sarebbe durato sei mesi. Mezzo anno con una chiave dello Stato in mani estranee. Quali segnali c'erano? Chi doveva vederli? Cosa ne ha fatto? Il precedente esiste. Nel 2024 l'inchiesta milanese su Equalize ha raccontato quanto fosse facile, per chi aveva gli accessi giusti, frugare nelle banche dati pubbliche e rivendere quello che trovava. Ci eravamo detti che qualcosa andava cambiato. Due guardiani carichi di regolamenti. In mezzo, i clienti, con i loro documenti. Ho passato anni a scrivere procedure e a verificarle. Una regola vive finché qualcuno la applica il lunedì mattina, quando c'è fretta e la mail sembra vera. Muore il giorno in cui tutti pensano che basti averla scritta e appesa in corridoio accanto ai certificati. La banca deve spiegare come abbia verificato chi le stava chiedendo quei dati. Se la pista italiana verrà confermata, lo Stato dovrà spiegare come una sua casella abbia potuto parlare con la voce di un altro. Sono compiti noiosi, da ufficio, e vanno svolti ogni giorno da persone in carne e ossa. Al ministro dell'Interno qualcuno dovrebbe chiedere, in Parlamento, se uffici italiani sono coinvolti. Se la risposta sarà sì, le altre domande verranno da sé: da quanto tempo, e chi aveva il compito di accorgersene. Alla banca andrebbe chiesto quali verifiche hanno autorizzato quelle consegne, chi poteva deciderle e cosa è cambiato da allora. Seicentottanta persone aspettano queste risposte, e le meritano tutte.
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Your regular reminder: If the Russians stop fighting, the war ends. If the Ukrainians stop fighting, their land will be occupied, their leaders will be killed, their history and language will be erased, their children will be kidnapped to serve Russia.
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Call me crazy, but it seems a little excessive for tax payers to cover the cost for tRump to fly 24 vehicles,19 motorcycles, and 1 Natalie Harp to Ireland for a 48 hour visit so he can attend a golf tournament while voters are unable to afford health-care, food, gas, utilities, or rent.
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Eccolo qui l'originale, con il simbolo del suo partito.L'avevano censurato su tutta la rete, ma io l'ho ritrovato 😂 Condividetelo perché il popolo dimentica.....
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Pres Trump offers $5k to every US adult if the Republicans keep the House & Senate. A US federal statute makes it a crime for anyone to make or offer to make an "expenditure to any person, either to vote or withhold his vote, or to vote for or against any candidate".
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Una donna lesbica tedesca è sposata civilmente con una donna proveniente dallo Sri Lanka. Le due hanno due figli, che in realtà sono figli biologici solo di una, ottenuti grazie all'inseminazione artificiale ottenuta da diversi donatori anonimi di sperma. Tra l'altro la coppia vive in Svizzera per motivi fiscali. Fin qui uno come Vannacci si strapperebbe i capelli, gridando allo scandalo e ribadendo che la famiglia tradizionale è solo quella naturale, invocando la sacralità dei sacramenti cristiani. Nel suo programma, tra l'altro, c'è l'abolizione delle unioni civili. Per non parlare delle agevolazioni fiscali di chi vive in Svizzera: orrore e puzza di radical chic a 100 km!!! Ma se quella donna è Alice Weidel, presidente di Afd, allora per Vannacci va tutto bene. Tra l'altro la Weidel, quando qualcuno di Afd gli ha chiesto spiegazioni sulle sue "discutibili" scelte di vita, ha liquidato la questione spiegando che le scelte programmatiche del suo partito non devono interferire con la sua sfera privata, e ha dichiarato «Io vivo qualcos'altro». Un po' come Vannacci, grande sostenitore dei "tratti somatici" italiani e della bianchezza della pelle, che affondano le radici in millenni di storia, e poi lui è sposato con una rumena. Lo capite da soli che questa gente vi sta prendendo per il culo, vero?
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Mi pare sia passata sotto silenzio la sentenza del Consiglio di Stato che ha chiuso definitivamente la vicenda: entro settembre, tutte (TUTTE) le concessioni balneari vanno messe a gara. Fine. Punto.
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Riporto paro paro una riflessione di Luca Delgado. "Mi fa sempre abbastanza ridere vedere la destra italiana festeggiare quando vince la destra nazionalista in un altro Paese. Ieri in Sassonia-Anhalt l'AfD ha preso il 43,8%. E giù applausi dall'Italia. Solo che forse c'è un piccolo problema concettuale che ai nostri patrioti pesciabrodi sfugge: il nazionalismo non è l'Internazionale socialista. Il nazionalista tedesco non è vostro fratello perché anche voi siete nazionalisti. È nazionalista tedesco. E voi siete italiani. Quando gridate, ciascuno dal proprio tratto di fogna "prima gli italiani", "prima i tedeschi", "prima gli austriaci", non state costruendo una grande famiglia internazionale della destra: state semplicemente mettendo sullo stesso tavolo persone convinte, ciascuna, che il proprio popolo debba venire prima del vostro. Quando in Italia vince la destra, il nazionalista tedesco mica apre lo champagne perché ha vinto un italiano. Se ne passa per il cazzo. Anzi, se non fossimo troppo impegnati a studiare Temptation Island, noi italiani dovremmo conoscere questa storia un pochino meglio degli altri, perché siamo stati uno dei grandi popoli di emigranti d'Europa. Per i nazionalisti tedeschi in Germania siamo stati i Gastarbeiter, i lavoratori immigrati, gli Spaghettifresser. Quelli descritti come disordinati, infantili, focosi, donnaioli. In alcuni locali comparivano perfino cartelli che vietavano l'ingresso agli italiani. Eravamo noi i terroni arrivati da fuori. "Walsch" è stato usato come termine dispregiativo per gli italiani nell'area tirolese e ancora recentemente "Dreckwalscher", più o meno «italiano di merda», è stato rivolto a un ragazzo italofono durante un violentissimo pestaggio in Alto Adige. Per i nazionalisti francesi eravamo i macaronis, i ritals, quelli accusati di rubare il lavoro ai francesi e di accettare salari troppo bassi. Ad Aigues-Mortes la caccia agli immigrati italiani finì con operai italiani ammazzati e decine di feriti. Per i nazionalisti austriaci gli immigrati italiani venivano descritti come sporchi, rumorosi, pigri, inclini al coltello. Si denunciava la Verwelschung, l'italianizzazione del territorio, e qualcuno parlava addirittura dell'inondazione del Paese da parte degli italiani. Vi ricorda qualcosa? Invasione. Ci rubano il lavoro. Sono sporchi. Sono violenti. Non sono come noi. Stanno cambiando il nostro Paese. E non mi venite a dire che noi ci comportavamo bene, perché vi ricordo che la parola "Mafia" è una parola italiana usata in tutto il mondo. Ci sarà un motivo? Cari pesciabrodi leghisti e vannacciani, il meccanismo del nazionalismo etnico è meravigliosamente semplice: lo straniero è sempre qualcun altro finché non attraversi tu il confine. E quando il confine lo attraversate voi, quando il lavoro lo cercate voi, quando la casa la affittate voi, quando vostro figlio entra nella scuola del loro Paese, improvvisamente scoprite una cosa che centinaia di migliaia di nostri nonni avevano capito benissimo: dall'altra parte del nazionalismo, gli immigrati di merda diventiamo noi. Che cazzo festeggiate, ordunque, pesciabrodi?"
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Congratulazioni Kimi! 🇮🇹❤️🏆
HISTORY MADE! 🤩 Kimi Antonelli becomes the first Italian driver to win the Italian Grand Prix since 1966!! #F1 #ItalianGP
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Il diplomatico, la russa, il silenzio   C’è una storia che dovrebbe stare in prima pagina e invece sta a pagina dodici, quando va bene. Riguarda un ambasciatore della Repubblica, Piergabriele Papadia de Bottini di Sant’Agnese, nome che pare uscito da un romanzo ottocentesco, e una donna russa, Tatiana Tarakanova, sua collaboratrice da anni. Riguarda Tashkent, capitale dell’Uzbekistan, e tre agenzie di viaggio moscovite registrate allo stesso indirizzo, Happy Travel, Visa4you, Park Lane. Riguarda almeno novantacinque cittadini russi entrati in Italia con visti Schengen di lunga durata, tra dicembre 2024 e luglio 2025, mentre l’Europa cercava di chiudere le porte a chi viene da Mosca per via della guerra in Ucraina. Riguarda sedici mila euro a pratica, un patrimonio da tre milioni, una conversazione registrata in cui Papadia, messo con le spalle al muro, ammette: “Sì, è quello il motivo, ti do quello che vuoi, la scuola dei tuoi figli sarà pagata per sempre”. E riguarda, soprattutto, il silenzio.   I fatti, ricostruiti dalla procura di Roma e dalla Guardia di Finanza, sono questi. Il 2 dicembre 2024 Papadia si insedia a Tashkent. Diplomatico di carriera, entrato per concorso nel 2001, sulla carta un curriculum lineare. Solo che dentro quel curriculum c’è un dettaglio che oggi pesa come una pietra: dal 2012 al 2017 è stato Console Generale a Mosca, competenza su tutta la Federazione Russa. Cinque anni. Conosceva gente, ambienti, intermediari. Conosceva Tatiana Tarakanova, che ai suoi tempi lavorava al consolato italiano nella capitale russa. Quando arriva a Tashkent, due settimane dopo l’insediamento, la fa inserire nell’ufficio visti. Una scelta che la procura considera decisiva. Esautora gli altri funzionari, accentra le pratiche nelle sue mani, si avvale della russa e di tre interinali uzbeki assunti da lui. L’ufficio visti, da quel momento, è cosa sua.   Il sistema, secondo gli inquirenti, funziona così. Le richieste arrivano da Mosca, smistate da quelle tre agenzie allo stesso indirizzo. A volte arrivano direttamente all’ambasciatore via Telegram, fuori da ogni protocollo. I richiedenti non vivono in Uzbekistan, non si presentano fisicamente, le firme non corrispondono a quelle dei passaporti. Niente di tutto questo conta. Si paga, dai quattromila ai sedicimila euro a visto, contro i cinquanta euro della tariffa ufficiale, e si entra in Europa. I bonifici finiscono su un conto bulgaro intestato alla Tarakanova, mascherati da prestito. Su novantadue pratiche esaminate dagli ispettori a luglio 2025, in ottantuno casi i richiedenti non risultavano mai entrati in ambasciata. Mai visti, mai identificati. Solo nomi su carta, e quei nomi, oggi, sono in Italia.   Le accuse formali sono corruzione e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Non spionaggio, attenzione. La procura è esplicita: il reato di spionaggio non viene contestato. Però gli atti contengono una frase che chi sa leggere dovrebbe leggere due volte. Gli investigatori, scrivono, non sono in grado di escludere che qualcuno dei novantacinque russi entrati abbia svolto attività informative verso Mosca. Tradotto in italiano corrente: non sappiamo chi sono, non sappiamo cosa fanno qui, non sappiamo se qualcuno di loro lavora per i servizi russi. Sappiamo solo che sono entrati grazie a un ambasciatore della Repubblica, e che adesso sono qui.   Provate a pensarci un attimo. In un anno in cui in tutta Europa si parla di sabotaggi attribuiti a Mosca, cavi sottomarini tagliati nel Baltico, droni sopra le basi NATO, incendi sospetti nei magazzini logistici della Polonia, attentati alla Bundeswehr sventati per un soffio, l’ambasciata italiana a Tashkent funziona come un imbuto attraverso cui passano cittadini russi senza requisiti, in un canale parallelo gestito da una sola persona, su segnalazione di agenzie moscovite, con pagamenti su un conto bulgaro intestato a una donna russa naturalizzata italiana ed ex Enit. E noi dovremmo credere che dietro non ci sia altro che la cupidigia di un singolo diplomatico annoiato e indebitato? La risposta onesta è: forse sì, forse no. Ma il fatto che nessuno stia cercando seriamente la risposta è il vero scandalo.   Perché qui veniamo al nocciolo. Chi ha nominato Papadia ambasciatore in una sede sensibile, in piena guerra in Ucraina, con accreditamento anche in Tagikistan, frontiera caldissima? Il governo Meloni. Tecnicamente, la proposta di nomina passa dal Ministro degli Esteri, Antonio Tajani, viene firmata dal Presidente della Repubblica, segue il parere della commissione esteri. Burocrazia di routine, certo. Ma è proprio nella routine che le responsabilità si annidano. Possibile che le procedure di vetting per una sede del genere non abbiano notato i cinque anni a Mosca, la collaboratrice russa al seguito, le frequentazioni? Possibile. Probabile, in Italia, dove il vetting serio è una parola straniera. Però le conseguenze di quella superficialità le paghiamo tutti.   E poi c’è il silenzio del governo. Il 22 aprile scorso Tajani convoca l’ambasciatore russo a Roma, Paramonov, per protestare contro le battute volgari del conduttore tv Solovyov contro Meloni. Comunicati di indignazione, dichiarazioni roboanti. Due settimane dopo, l’8 maggio, scatta l’arresto di un suo ambasciatore, accusato di aver fatto entrare almeno novantacinque russi in barba alle direttive europee. E il Ministro che fa? Niente. Una conferenza stampa? Niente. Un’informativa al Parlamento? Niente. Un’inchiesta interna pubblica? Niente. Si gestisce sotto traccia, sperando che la notizia si sgonfi nel ciclo mediatico di una settimana.   Le ragioni di questa afasia sono nude. Questo governo ha dentro una componente, la Lega, dichiaratamente filorussa, con un leader che girava con la maglietta di Putin. Ha un’altra componente, Fratelli d’Italia, che sull’Ucraina si è allineata alla NATO ma non vuole strappare con un elettorato che a Mosca guarda ancora con simpatia. Tirare fuori il caso Papadia con il giusto risalto significherebbe aprire una discussione pubblica sulla penetrazione russa nelle istituzioni italiane, e quella discussione, a questo governo, fa più paura di un terremoto. Quindi si tace. Si lascia che la procura faccia il suo mestiere, sperando che il processo arrivi tra due o tre anni, quando nessuno ricorderà più nulla.   C’è da chiedersi anche dove sia l’opposizione. Il Partito Democratico, che dovrebbe trasformare una vicenda così in cinque giorni di prime pagine e otto interrogazioni parlamentari, mormora. Il Movimento Cinque Stelle, con i suoi trascorsi sulla Russia, si volta dall’altra parte. Calenda e Renzi, che pure sull’atlantismo battono il tamburo, alzano la voce solo quando conviene. Nessuno chiede l’audizione urgente di Tajani. Nessuno chiede chi controlla i visti rilasciati dalle altre ambasciate italiane in Asia centrale. Nessuno chiede dove sono adesso quei novantacinque, cosa fanno, chi frequentano.   Si dirà: è una vicenda di corruzione, l’ennesima, un funzionario marcio che vende lo Stato al miglior offerente. Vero. Ma è anche altro. È il sintomo di un paese che ha smesso di prendere sul serio se stesso. Un paese che non vetta i suoi ambasciatori, non controlla le sue sedi consolari, non si fa domande sui suoi confini. Un paese in cui la parola “sicurezza nazionale” si usa solo per giustificare leggi contro i migranti africani, mai per chiedersi chi sta entrando dalla porta principale, con visto regolare timbrato da un nostro diplomatico. La frontiera, in Italia, è un concetto a geometria variabile. La applichi ai disperati che attraversano il Mediterraneo, non ai novantacinque russi con i soldi giusti e il bonifico sul conto bulgaro.   Mah. Resta una domanda, e questa la voglio lasciare sospesa, perché non ho la risposta e nessuno me la sta dando. Tashkent è davvero un caso isolato, il marciume di un singolo? Oppure è la punta di qualcosa, la prima crepa che diventa visibile in un edificio che scricchiola da anni? Quante altre Tashkent ci sono, in giro per le nostre ambasciate? Quanti altri Papadia, quante altre Tarakanove? Il governo non si pone la domanda. La stampa non la pone. L’opposizione la sussurra. E intanto novantacinque persone, di cui non sappiamo niente, vivono accanto a noi.
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This truth will haunt America for a very long time.
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Could U.K. broadcasters take note please. Not just re Trump either but Reform who use their live coverage to spout all manner of nonsense that doesn’t get rebutted
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Quattro anni fa nessuno avrebbe pensato che ci riuscisse; in effetti era una impresa titanica e dobbiamo ricrederci....ci e' riuscita...
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If I wanted you to do My work I'd have made you competent.
Vance: I'm trying to focus on doing as much of God's work as possible. And if that leads to the end times, okay
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You know you’re a terrible person when the photos of you with Jeffrey Epstein are real, but the ones of you with Dolly Parton are fake.
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